Il lavoratore e l’obbligo di fedeltà

L’articolo 2105 del Codice Civile, rubricato proprio ‘Obbligo di Fedeltà’, sostiene che “Il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio”.

Ma che cosa è l’obbligo di fedeltà al quale è tenuto il lavoratore dipendente nei confronti del datore di lavoro? Questa nozione può ricordare molto una semplice disposizione programmatica, di sapore un po’ antico. In realtà l’obbligo di fedeltà ha delle specifiche esternazioni dal punto di vista pratico nel rapporto lavorativo.

Non è quindi solamente una dichiarazione teorica inserita nel Codice Civile: dalla violazione dell’obbligo di fedeltà, al contrario, si possono verificare delle conseguenze anche gravi come il licenziamento ed anche il risarcimento del danno in capo al datore. Questo basta per capire che l’obbligo di fedeltà, imposto dalla legge al lavoratore dipendente nei confronti del proprio datore di lavoro, è molto importante.

In buona sostanza, potremmo definire questo vincolo come l’obbligo da parte del lavoratore di non rovinare quel rapporto di fiducia che viene a crearsi con chi gli fornisce il lavoro. Questo a sua volta comporta una serie di conseguenze che vedremo.

L’obbligo di fedeltà: in cosa consiste

obbligo di fedeltàIl lavoratore subordinato, ai sensi della legge, ha una serie di vincoli nei confronti del datore di lavoro: di diligenza, di obbedienza, di fedeltà. Il dovere di fedeltà consiste nel fatto per cui il lavoratore deve semplicemente astenersi da ogni comportamento che, come abbiamo detto, possa rovinare il rapporto di fiducia che intercorre fra lui e l’imprenditore.

L’obbligo di fedeltà, come specificato nell’articolo 2015 del Codice Civile, si esterna in due doveri:

  • divieto di concorrenza
  • obbligo di riservatezza (o segretezza).

Ricordiamo che per l’obbligo di fedeltà non occorre alcun atto scritto fra datore di lavoro e lavoratore: è insito nello stesso contratto, che segue le norme di legge.

Vediamoli entrambi.

L’obbligo di fedeltà: il divieto di concorrenza

Il primo riflesso dell’obbligo di fedeltà consiste nel divieto in capo al lavoratore di far concorrenza all’imprenditore. L’attività di concorrenza vietata è una qualsiasi attività, sia autonoma che imprenditoriale che un lavoro subordinato presso una azienda che sia concorrente dell’attuale datore di lavoro.

Il lavoratore deve altresì evitare di porre in essere attività lavorative per terzi nel corso delle assenze per malattia o di fruire dei congedi parentali per lo stesso motivo.

Si tratta di un fenomeno diverso dal patto di non concorrenza ai sensi dell’articolo 2125 del Codice Civile, il quale ha lo scopo di estendere l’obbligo di fedeltà anche oltre la durata del rapporto di lavoro.

L’obbligo di non concorrenza si estende per tutta la durata dell’attività lavorativa e, come anticipato, può essere esteso anche oltre ai sensi dell’art. 2125 del Codice Civile.

L’articolo 2105 C.C. intende tutelare il datore di lavoro da un rischio di concorrenza molto insidioso, dovuto al fatto che il lavoratore occupa un posto all’interno dell’azienda e quindi come tale la concorrenza da lui posta in essere può essere particolarmente dannosa e, ricordiamo, può ledere quella fiducia che deve intercorrere fra datore di lavoro e dipendente. Una recente sentenza della Corte di Cassazione, la sentenza n. 8131/17, ha stabilito che l’abuso della propria posizione lavorativa integra la fattispecie di concorrenza.

Ogni qualvolta che il lavoratore pone in essere degli atti concorrenziali e viola i segreti produttivi, viola i vincoli di cui all’articolo 2105 del Codice Civile. Per esempio, il lavoratore che svolga attività di lavoro dipendente al servizio di un’impresa concorrente del proprio datore di lavoro potrebbe star violando l’obbligo di non concorrenza. Ma anche ogni attività che venga posta in essere dal lavoratore in modo da innescare una competizione economica col datore di lavoro può configurare violazione dell’obbligo di non concorrenza.

Più in generale ancora, qualsiasi attività in conflitto d’interesse con quella del datore di lavoro può configurare violazione del divieto di concorrenza. In generale, la buona fede del lavoratore deve far sì che egli rispetti il vincolo di fiducia anche al di fuori dell’orario di lavoro, impegnandosi a non danneggiare il datore di lavoro e la sua impresa.

Un’ultima osservazione: un’interessante sentenza della Cassazione, la numero 519 del 16/1/01, aveva stabilito che l’obbligo di fedeltà è riferito solamente alle attività lecite del datore di lavoro, non potendo quest’ultimo pretendere che i dipendenti osservino la norma di cui all’articolo 2015 C.C. in relazione ad attività non lecite.

L’obbligo di fedeltà e l’obbligo di riservatezza

L’obbligo di riservatezza consiste nel divieto, in capo al dipendente dell’azienda, di rivelare dei segreti aziendali: per esempio, notizie che egli conosce in virtù della sua posizione nell’azienda, organizzazione del lavoro, segreti aziendali e di produzione in genere.

In particolare, la violazione del divieto in questione può essere fatta valere indipendentemente dal fatto che in capo al datore di lavoro si sia rivelato un danno. Invece viene richiesto che si sia realizzato un danno laddove sia lo stesso dipendente a voler utilizzare i segreti aziendali.

Secondo la giurisprudenza prevalente, l’obbligo in questione individuerebbe in particolare ogni comportamento contrario all’interesse dell’impresa.

La violazione dell’obbligo di fedeltà può comportare delle conseguenze gravi per il lavoratore. Parliamo innanzitutto di una responsabilità disciplinare; la violazione dell’obbligo di non concorrenza e di fedeltà infatti integra la giusta causa di licenziamento. Riguardo a ciò, secondo la giurisprudenza maggioritaria il dovere in questione permane anche per tutto il periodo che intercorre fra il preavviso della cessazione del rapporto e la sua conclusione, così come permane nel tempo che intercorre fra il licenziamento e l’eventuale reintegrazione per ordine del giudice (ed una violazione dell’obbligo di fedeltà commessa in questo periodo può giustificare un nuovo licenziamento).

Non solo: laddove alla violazione dell’obbligo da parte del lavoratore segua un danno economico per il datore di lavoro (per esempio, un segreto aziendale svelato dal lavoratore ad un concorrente causa una diminuzione dei profitti del datore di lavoro) il dipendente può essere chiamato a risarcire anche il danno patrimoniale.

L’obbligo di fedeltà nasce con la stipulazione del contratto di lavoro. Il divieto di concorrenza si estingue con la conclusione del contratto di lavoro, salvo ogni patto ex articolo 2125 del Codice Civile; mentre l’obbligo di riservatezza può anche estendersi più avanti nel tempo, laddove sussista interesse del datore di lavoro circa la segretezza delle informazioni aziendali.

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