Il lavoro domestico: colf, baby sitter e badanti

Nella categoria dei lavoratori domestici rientrano diverse figure: quella della colf, della badante e delle baby sitter.

In Italia i lavoratori domestici sono quasi un milione, tre quarti dei quali stranieri. C’è spesso inosservanza nei confronti delle leggi che disciplinano il loro rapporto di lavoro, cerchiamo quindi di fare un po’ di chiarezza riguardo alla categoria dei lavoratori domestici e alla disciplina che la legge prevede per il rapporto di lavoro, ai loro diritti e doveri.

I collaboratori domestici sono dei lavoratori che svolgono la loro professione per soddisfare “le necessità della vita familiare” di chi dà loro lavoro. Si tratta di un insieme di persone abbastanza eterogeneo: le colf, le badanti, i cuochi di casa, le governanti, i camerieri, le baby sitter.

Non solo: nella categoria dei collaboratori domestici entrano di diritto anche le persone che svolgano simili attività dentro una comunità religiosa, dentro caserme, ricoveri, ecc. Il loro contratto di lavoro è disciplinato dalla legge, ma anche dai contratti collettivi a livello nazionale.

L’assunzione del collaboratore domestico

il lavoro domesticoInnanzitutto è bene vedere quali persone possono essere assunte come collaboratori domestici.

L’assunzione può riguardare sia i cittadini italiani che quelli comunitari, purché questi ultimi siano in possesso di documento di identità, tessera sanitaria, codice fiscale.

I cittadini extracomunitari possono essere assunti se hanno un valido permesso di soggiorno per lavorare.

Dato che la maggior parte dei collaboratori domestici è straniera, la legge prevede delle norme particolari.

Infatti se il collaboratore domestico assunto è extra comunitario ma non soggiorna neppure in Italia, spetta al datore di lavoro rivolgersi al Ministero dell’Interno per ricevere il nulla osta, facendo domanda attraverso il sito ufficiale del Ministero.

Le spese affrontate dal lavoratore per andarsene e per tornare nel suo Paese devono essere affrontate dal datore di lavoro; sempre responsabilità di quest’ultimo è quella di fornire al lavoratore un consono alloggio e vitto. Quando il lavoratore fa ingresso in Italia deve, entro 8 giorni, presentarsi allo Sportello Unico per l’Immigrazione in Prefettura per sottoscrivere il contratto di soggiorno e la richiesta di permesso di soggiorno.

Il contratto di lavoro domestico (e questo vale per tutti gli assunti, italiani, comunitari o extracomunitari) deve essere redatto in forma scritta. Per essere in regola, il datore di lavoro deve comunicare all’INPS entro 24 ore (anche se è un giorno festivo) la data di inizio del rapporto di lavoro.

Non solo: il datore di lavoro deve anche comunicare all’INPS ogni variazione del rapporto di lavoro, per esempio la trasformazione a contratto indeterminato.

Ferie del collaboratore domestico

Il lavoratore domestico ha diritto (come tutti gli altri lavoratori) ad un minimo di 4 settimane di ferie all’anno.

Il CCNL prevede ventisei giorni di ferie, calcolati escludendo le festività e le domeniche, e che vanno godute per giornate intere (senza frazionarle in singoli giorni). I ventisei giorni spettano a tutti i lavoratori, in maniera del tutto indipendente dal loro orario di lavoro.

Il lavoratore non può rifiutare di fare le ferie, che non possono essere accumulate ma vanno godute d’anno in anno; è possibile però per i lavoratori stranieri (sempre che il datore di lavoro sia d’accordo) cumulare le ferie per un biennio per tornare temporaneamente nel loro Paese.

Il periodo di ferie è determinato dal datore di lavoro tenendo conto delle sue esigenze e di quelle del lavoratore. Le ferie non godute non sono indennizzate, tranne nell’unico caso di risoluzione del rapporto di lavoro prima del loro godimento.

La disciplina della conclusione del contratto

Il rapporto di lavoro fra lavoratore domestico e datore può terminare per:

  • dimissioni del lavoratore (sempre rispettando il termine di preavviso del CCNL)
  • per accordo stipulato fra lavoratore e datore, quindi per mutuo consenso
  • per la scadenza naturale (al raggiungimento del termine previsto nel contratto a tempo determinato)
  • per licenziamento da parte del datore di lavoro, in genere licenziamento disciplinare.

Nel lavoro domestico il licenziamento può essere ‘ad nutum’, cioè meramente per volontà del datore di lavoro e anche senza fornire nessuna motivazione. 

Il Codice Civile all’articolo 2118 infatti permette in questo caso (uno dei pochi in assoluto) che il datore licenzi il lavoratore senza motivazione di giusta causa o di giustificato motivo, basta che rispetti il termine di preavviso.

Se il datore di lavoro non rispetta il preavviso (tranne che nel licenziamento per giusta causa dove ovviamente non è previsto) egli sarà tenuto al pagamento dell’indennità sostitutiva che consiste nel pagamento del periodo di preavviso non concesso. Qual è il termine del preavviso?

Dipende sia dalla durata del rapporto di lavoro che dall’anzianità. Se il contratto dura più di 25 ore a settimana, il preavviso è:

  • di 15 giorni (e la metà per le dimissioni) fino a 5 anni di anzianità lavorativa;
  • di 30 giorni (e 15 per le dimissioni) se oltre 5 anni di anzianità lavorativa.

Se il contratto invece è inferiore a 25 giorni a settimana il preavviso è:

  • di 8 giorni (se l’anzianità lavorativa è minore di due anni);
  • di 15 giorni (se essa è maggiore di due anni).

I termini sono da raddoppiare se il datore licenzia entro il 31esimo giorno dal termine del congedo di maternità.

Se il collaboratore ferisce di un alloggio indipendente da quello del datore di lavoro il preavviso è di 30 giorni, se si ha fino ad un anno di anzianità e 60 giorni se si ha più di un anno di anzianità.

Inoltre al termine del rapporto di lavoro al collaboratore domestico viene erogato il TFR, le ferie non godute, e i ratei della tredicesima fino a quel momento guadagnati. Il Trattamento di Fine Rapporto maturato viene calcolato come per tutti gli altri lavoratori: si divide la retribuzione annua per 13,5 (inclusa anche l’eventuale indennità di vitto e alloggio) con rivalutazione annuale.

Quale che sia la causa della cessazione del rapporto di lavoro il datore di lavoro è tenuto a comunicare la cessazione del rapporto all’INPS entro 5 giorni. L’INPS una volta ricevuta la comunicazione dal datore di lavoro la trasmette ai servizi competenti, cioè all’INAIL ed ai centri per l’impiego o alla prefettura, se il datore di lavoro è extracomunitario; in questo modo si considerano conclusi i doveri del datore di lavoro.

Add Comment